Il Biologico 

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Chi non ha sentito parlare, almeno una volta, di Biologico? Chi, invece, ha cercato di conoscerlo un po’ più da vicino? Tanti ne parlano, e anche il web ci offre articoli, interviste e notizie analizzandolo e spiegandolo da diversi “punti di vista” . Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo voluto approfondire personalmente la questione perché abbiamo avuto la fortuna di incontrare nel nostro cammino una persona che “mastica” biologico da molti anni, responsabile delle verifiche ispettive interne di un Organismo di Certificazione (OdC), il Sig.

Alfonso BarbassoTecnico agrario, ha frequentato uno dei primi corsi sull'agricoltura biologica a Roma tenuto dal CLUB (coordinamento laziale agricoltura biologica). E’ poi passato dall'ufficio alla campagna, nei primi anni novanta ha effettuato ricerche per conto di alcuni enti (ENEA casaccia, NOMISMA, ISMEA) e dal '97 collabora con Bioagricert.

Poterlo incontrare e parlargli è stata una fortuna che vogliamo condividere con voi…

Cosa si intende per Coltivazione Biologica?


Dal punto di vista storico, per agricoltura biologica si intende un metodo tecnico-agronomico che organizza la produzione agricola considerando l’azienda come un organismo unico e che pone un’elevata attenzione alla cura della fertilità del suolo. Secondo questo metodo la produzione agricola è il risultato delle relazioni tra i numerosi fattori (ambiente, clima, fauna, flora, tipo di produzione, ecc.) strettamente legati l’uno con l’altro al cui centro si trova la gestione della fertilità del suolo. Quindi, come scriveva Sir Albert Howard nel suo “Testamento agricolo”, testo che negli anni ’40 del secolo scorso ha fornito le basi tecniche per il metodo dell’agricoltura biologica,  l’azienda agricola non deve essere smembrata in diverse parti ma gestita e considerata come un insieme.

Da molti anni ormai, l’agricoltura biologica è regolamentata per legge, in quasi tutto il mondo. Le varie legislazioni nazionali, le più importanti quella europea e quella statunitense,  prevedono il periodo minimo di conversione (periodo di transizione all’agricoltura biologica), l’obbligo delle rotazioni colturali, la difesa dalle fonti di inquinamento esterno, i prodotti utilizzabili per la difesa e per la fertilizzazione, nonché metodi e prodotti impiegabili per la trasformazione dei prodotti agricoli in alimenti trasformati. Un aspetto decisamente importante della regolamentazione normativa del settore è stato quello della protezione del termine “biologico” ,”naturale”, “ecologico”, vincolando l’uso di questi termini e delle loro abbreviazioni (bio, eco, ecc) al rispetto della normativa e sanzionandone l’abuso. Tali vincoli riguardano l’etichettatura dei prodotti ma anche la  pubblicità e le indicazioni riportate nei documenti commerciali.

Cosa evidenzia in etichetta un prodotto biologico?

Una prima separazione generale va fatta in questi termini: nessun prodotto agricolo e alimentare può rivendicare la conformità al metodo biologico se non rispetta per intero le leggi applicabili. Perciò chiunque partecipi alla produzione e alla trasformazione dei prodotti biologici deve comunicare formalmente alle autorità competenti (Regioni e Ministero agricoltura) la sua intenzione di produrre prodotti biologici e questo automaticamente implica l’obbligo di essere controllati da un Organismo di certificazione.

Solo quando le condizioni previste dalle norme sono soddisfatte,  il produttore avrà diritto a classificare i suoi prodotti come biologici apponendo in etichetta obbligatoriamente il codice o il nome (o entrambi) dell’Organismo di certificazione che lo ha sottoposto a verifica.

Ma naturalmente la composizione dei prodotti può essere molto varia e pertanto la normativa prevede alcune tipologie di etichettatura.

Biologico e Naturale sono sinonimi?

Come si è detto precedentemente, entrambi i termini sono sinonimi dal punto di vista della normativa sul metodo biologico, ma se usciamo dal significato normativo e ne diamo uno soggettivo le cose si complicano assai. Per stabilire cosa è naturale da quello che non lo è bisogna per forza inserire almeno un concetto che li separi.  E su questo concetto di separazione hanno una grossa influenza i personali punti di vista culturali, etici, religiosi. Ad esempio,  a un certo punto della storia dell’uomo sono stati adottati i lieviti per la preparazione di diversi alimenti. Come li consideriamo, naturali o no? Ancora: l’uso di stabilizzanti e conservanti come l’anidride solforosa nei vini o come l’acido ascorbico in molti alimenti lo dobbiamo considerare come una prassi naturale oppure no?

Negli ultimi anni negli USA si è diffusa una dieta, denominata “paleolithic diet” che basandosi sul tipo di alimentazione dell’Uomo dell’era paleolitica (da 2,5 milioni a 10.000  anni fa) non prevede il consumo di  prodotti trasformati di nessun genere, limitandosi a carne, pesce, bacche e frutta nonché erbe e radici (niente cereali, niente zucchero raffinato e sale, ecc.). Il loro argomento principale  è che l’Uomo non ha una fisiologia e un  metabolismo per nulla diverso da quello dell’Uomo del paleolitico e pertanto inadatto agli enormi e rapidi cambiamenti avvenuti nel suo modo di alimentarsi da “soltanto” 10.000 anni a questa parte.

Ad esempio il latte di mucca o l’olio di oliva sono prodotti  mono-ingrediente, ma ve ne sono altri che sono multi-ingrediente, come le confetture e i biscotti.

Le norme sull’etichettatura pertanto prevedono che si possa indicare come biologico nella denominazione principale solo quei prodotti che hanno almeno il 95% degli ingredienti di origine agricola derivanti da produzione biologica (nel calcolo si considera il peso e si escludono sia l’acqua che il sale). Pertanto troveremo prodotti che evidenziano nella denominazione principale “Latte biologico”, “Olio extra vergine di oliva biologico”, ma anche “marmellata di ciliegie biologica”, “taralli biologici”. In questi due ultimi solo quando almeno il 95% degli ingredienti di origine agricola sono biologici.

Mentre, quando gli ingredienti agricoli biologici sono al di sotto del  95%, le indicazioni riferite al metodo biologico possono essere riportate solo nella lista degli ingredienti.

Quando la composizione del prodotto prevede una percentuale minore del 50% degli ingredienti biologici, nessun riferimento al metodo biologico può essere usata.

Come si giustifica il prezzo più alto sui prodotti biologici?

In linea generale il processo produttivo, soprattutto in fase agricola, richiede maggiori costi rispetto al metodo convenzionale, ma per farsi una idea più vicina alla realtà questa valutazione andrebbe fatta almeno per i diversi comparti produttivi (cerealicolo, orticolo, frutticolo, ecc). Riporto di seguito alcuni esempi per comprendere quanto i costi possano incidere in modo diverso a seconda delle diverse situazioni.

A partire dai semi o dalle piante utilizzate per la produzione, vigendo l’obbligo di utilizzare quelle biologiche, hanno un costo maggiore, i prodotti per la fertilizzazione biologica sono un po’ più cari di quelli chimici, le attività di diserbo (laddove non è possibile diserbare meccanicamente) hanno un costo notevolmente superiore a quello dell’uso di diserbanti chimici, per la difesa dai patogeni, sino essi muffe o insetti e acari, spesso i metodi e i prodotti biologici costano un po’ di più ma richiedono meno ripetizioni del trattamento. Ad esempio l’uso della lotta biologica mediante distribuzione di insetti che limitano la presenza del patogeno.

Quando un azienda sposa in modo convinto il metodo dell’agricoltura biologica e quindi effettua fertilizzazioni appropriate e tecniche di difesa volte a ristabilire un equilibrio della flora e fauna, spesso i costi e talvolta le rese sono paragonabili a quelli del convenzionale.

Se per diserbare un ettaro di carote l’azienda dispone di un erpice strigliatore è probabile che i costi di esercizio siano addirittura inferiori a quelli di uno o due trattamenti diserbanti (alcune prove in campo hanno stabilito un costo di circa 10 euro ad ettaro su mais), ma bisogna tenere in considerazione il costo dell’erpice che si aggira sui 5000 euro.

Altro esempio che riguarda la fase di stoccaggio dei cereali biologici (soprattutto quando il periodo della loro conservazione nel silos è prolungata), è la necessità di usare dei silos con la possibilità di controllare la temperatura e tenerla sotto i 10 gradi (al di sotto di questa temperatura si controllano sia le infestazioni fungine che di insetti), ma anche in questo caso dotarsi di silos refrigerati ha un costo maggiore come investimento iniziale, rispetto al più “comodo” trattamento del silos con pesticidi e anticrittogamici.

Infine, sulle rese, sempre in linea generale, vi sono cali del 10-20 % rispetto alle colture intensive non biologiche.

Quanto Bio c’è in Italia, quante sono le aziende Bio e c’è differenza tra il piccolo produttore Bio e le grandi aziende di Biologico?

L’ultimo rapporto del Ministero dell’agricoltura italiano (www.sinab.it) relativi all’anno 2013 dice che ci sono 41.513 produttori agricoli, 4.456 aziende di produzione agricola con attività di trasformazione, 6.154 aziende di trasformazione e 260 aziende che importano da Paesi extra-comunitari.

La Superficie agricola utilizzata(SAU) da queste circa 45.000 aziende agricole (compreso quelle che fanno anche attività di trasformazione) è di circa 1.300.000 ettari (circa il 10% della SAU nazionale). Di notevole interesse è la SAU media per azienda che, bel caso delle aziende bio è di circa 28 ettari, mentre la SAU media aziendale italiana è di poco sopra i 7 ettari.

Riguardo a questi dati, un altro aspetto interessante è la tendenza degli ultimi 10 anni. Infatti prendendo i dati del 2003, del 2007  e del 2013 si vede come nell’arco di un decennio i produttori agricoli, con alti è bassi, rimangano intorno ai 41.000 mentre crescono in modo significativo i produttori agricoli con attività di trasformazione (dai 1.849 a 4.456) e le aziende di trasformazione (da 4.264 a 6.154).

Utilizzando quest’ultima considerazione si può fare luce su un aspetto del settore che i non addetti ai lavori difficilmente conoscono. Non tutte le aziende che fanno ufficialmente agricoltura biologica collocano i loro prodotti sul mercato come prodotti biologici. Detto in altri termini, molte aziende biologiche vendono i loro prodotti sul mercato convenzionale.

Questo è dovuto al fatto che i riconoscimenti economici previsti per le aziende agricole che praticano l’agricoltura biologica attirano molti produttori ma poi non tutti sono in grado di valorizzare le loro produzioni vendendole come biologiche.

Tornando perciò ai dati del settore, il fatto che i produttori agricoli siano più o meno stabili, mentre crescono le aziende di trasformazione vuol dire che la richiesta di mercato dei prodotti biologici è in costante crescita nonostante la stagnazione del settore agro-alimentare nel suo insieme.

Riguardo alla dimensione dei produttori io vedo punti di forza e debolezze in entrambe le tipologie.

I piccoli produttori possono fare produzioni di nicchia senza guardare troppo al bilancio costi-benefici, mentre i grossi produttori evitano avventure con produzioni poco conosciute e si muovono solo dopo aver soppesato i pro e i contro; i piccoli  sono solitamente gestiti da un nucleo famigliare e con maggiore uso delle attività manuali, i grandi hanno una struttura aziendalistica e cercano di abbattere i costi con la meccanizzazione; i piccoli alimentano filiere corte, i grandi possono fornire catene distributive e/o aziende di trasformazione di grandi dimensioni e lontane; i piccoli basano lo loro conoscenza sul trasferimento dell’esperienza tra parenti e conoscenti, i grandi si avvalgono di consulenza specializzata; i piccoli mal sopportano gli obblighi relativi al mantenimento della documentazione e alle registrazioni delle attività svolte, i grandi non hanno difficoltà a fare questo per via della impostazione aziendalistica.

Il Biologico tutela la Terra?

Assolutamente si. Il metodo bio che considera l’azienda agricola come un organismo vivente inserito in un più vasto contesto ambientale, è il metodo agricolo che riesce a produrre cibo con la minore alterazione degli aspetti strutturali dei sistemi eco-ambientali.

Quante volte un’azienda che certifica Bio è controllata durante l’anno? Tutte le aziende sono controllate annualmente? Quante aziende risultano non idonee?

Gli Organismi di certificazione (OdC) attualmente autorizzati ad esercitare per le produzioni biologiche sono 14, di cui 3 con limitazioni territoriali per il solo Trentino Alto Adige. Sono imprese private soggette ad autorizzazione da parte del Ministero dell’agricoltura e al mantenimento della conformità alla norma internazionale ISO 17065. Sugli OdC si esercita la vigilanza a vari livelli: Unione europea, Ministero agricoltura, funzioni preposte dalle Regioni, Repressione frodi, Accredia e, a seconda degli standard di certificazione,  anche altri Organi di controllo stranieri (USA ,Giappone, ecc.)

Gli OdC hanno l’obbligo di classificare i produttori biologici soggetti al loro controllo in tre classi di rischio a seconda della “pericolosità” di ciascuno di loro. La classe di rischio di uno specifico produttore può essere legata alle caratteristiche delle sue produzioni (il comparto orticolo è più rischioso di quello cerealicolo) ma anche al comportamento del produttore (se sono state rilevate non conformità su un produttore questo probabilmente si vedrà accresciuta la sua classe di rischio).

Quindi, in relazione alla classe di rischio si attua una determinata “pressione” ispettiva. Classe 1 una ispezione anno con analisi all’occorrenza; classe 2 con due ispezioni l’anno e una analisi sulla metà dei produttori; classe 3 con tre ispezioni l’anno e una o più analisi per produttore.

Anche le ispezioni si dividono in due tipologie; annunciate o non annunciate. Le prime sono richieste dall’OdC nel momento più critico della produzione (raccolta oppure periodo critico per aspetti legati alla tecnica produttiva) ma sono concordate con il produttore, mentre le ispezioni non annunciate sono effettuare comunicando la verifica non oltre 48 ore prima della sua effettuazione.

Riguardo alle analisi, quando un ispettore durante una verifica ha il concreto sospetto dell’uso di sostanze non autorizzate ha l’obbligo di effettuare un campione da sottoporre ad analisi di laboratorio.. I laboratori di analisi utilizzati devono avere una certificazione internazionale ISO 17025 che attesta la loro affidabilità sia in termini gestionali che per tecnologie/metodi usati.

Riguardo alle aziende non idonee il sistema di controllo si avvale di diverse modalità per individuarle. Innanzitutto un controllo in accesso che verifica alla prima ispezione se un produttore ha le caratteristiche strutturali per poter fare prodotti biologici, ad esempio un produttore agricolo che ha i terreni in prossimità di fonti di inquinamento non controllabili (autostrade, complessi industriali, aeroporti, ecc) non potrà essere accettato nel sistema di controllo a meno che un piano di campionamento non attesti l’assenza di rischi; oppure un’azienda di trasformazione che non ha strutture e organizzazione tali da garantire una netta separazione tra le attività bio da quelle convenzionali.

Una volta ammesso nel sistema di controllo il produttore deve sottostare alle verifiche e alle analisi annuali previste dalla sua classe di rischio. Per quanto riguarda l’OdC con cui collaboro da molti anni le contestazioni di non conformità (di diverso livello) sono nell’ordine delle migliaia annualmente con enorme sforzo organizzativo per la loro gestione. Ogni non conformità, a seconda del livello di importanza, ha un suo percorso che porta alla sua chiusura (rimozione della non conformità) o a un suo innalzamento di livello, fino alle esclusione del produttore dal sistema di controllo.

Pertanto, per rispondere alla sua domanda sul numero dei non idonei, potrei dire che sono migliaia ogni anno, ma in larghissima parte la loro inidoneità è dovuta ad aspetti che, a diverso livello sono oggetto di correzioni fino all’ottenimento della loro completa conformità. Quelli che per gravità della non conformità o per incapacità di  porre rimedio sono esclusi dal sistema di controllo sono nell’ordine di qualche decina l’anno (sempre con riferimento alle attività dell’OdC con cui collaboro)

In cosa consiste il controllo Biologico e come è cambiato negli anni?

E’ cambiato in modo sostanziale. Ma prima rispondo per il metodo di controllo.

Il controllo avviene essenzialmente con la verifica in azienda, ma non esclusivamente. Si fanno anche controlli a partire dal prelievo di prodotti dagli scaffali del negozio per verificare la correttezza dell’etichettatura e per sottoporre ad analisi il prodotto. Oppure controlli di tipo documentale con l’ausilio delle banche dati sulla commercializzazione, dove si può verificare se il prodotto collocato sul mercato è congruo con quanto l’azienda può produrre.

Di alcuni aspetti del  controllo effettuato direttamente all’azienda del produttore ho già parlato in altri punti. La modalità generale ispettiva si articola in tre momenti principali. La visita in campo (o alle strutture di trasformazione) quindi la verifica ai magazzini di stoccaggio dei prodotti, macchinari e mezzi tecnici per la produzione (fitofarmaci, fertilizzanti, altro) e in ultimo la verifica documentale.

Durante  le prime due parti della verifica si acquisiscono elementi mediante l’osservazione e l’intervista al produttore e nel controllo documentale si effettua un controllo incrociato tra quanto acquisito in campo e nei magazzini e quanto disponibile dalla documentazione (dati sui trattamenti effettuati, con quali prodotti, quando e quanti ne sono stati acquistati, fatture di acquisto di ingredienti da altri produttori, ecc).

Quando l’ispettore trova un aspetto che non è in regola con quanto previsto dalle norme, lo formalizza mediante la contestazione di una Non conformità.

Gli ispettori hanno a disposizione tabelle dove sono  state stabilite le tipologie di non conformità, il loro livello e le sanzioni corrispondenti. Con queste modalità l’arbitrio dei singoli ispettori è stato notevolmente ridotto.

Le non conformità, naturalmente, hanno un peso maggiore tanto più esse sono in relazione alla conformità del prodotto. Ad esempio una semplice non conformità documentale (non aver aggiornato il registro di campagna) ha un peso notevolmente inferiore alla non conformità che ha per oggetto l’uso di una sostanza non autorizzata.

Spesso si rilevano non conformità in seguito all’esito delle analisi (L’OdC con cui collaboro ne fa nell’ordine di migliaia all’anno) e sovente si tratta di presenza infinitesimale di sostanza non autorizzata (basta un millesimo di grammo su una tonnellata di prodotto per considerarlo non conforme), vengono messe in atto ricerca aggiuntive con l’invio di un contro campione in un altro laboratorio di analisi.

Le modalità di controllo, si diceva, sono cambiate moltissimo. E lo dico da un punto di osservazione privilegiato, in quanto la mia principale funzione all’interno dell’OdC è quello delle verifiche ispettive interne. In altri termini, da molti anni,  effettuo controlli sulle attività ispettive dei miei colleghi e su altre attività centralizzate.

Pertanto direi, per sintetizzare, che il controllo ha avuto un innalzamento di livello per quantità e qualità, superiore alla crescita del settore stesso.

Fino a metà degli anni novanta, ad esempio,  il reclutamento degli ispettori avveniva solo sulla base di un colloquio e di un corso di 8 ore sulle tecniche ispettive, le verifiche interne non le faceva nessuno, quasi nessuno faceva controlli di laboratorio, si faceva una ispezione all’anno e non c’erano classi di rischio, gli OdC non aveva un sistema gestionale certificato secondo le norme internazionali, nessuna altra autorità vigilava sull’operato degli OdC. Insomma, soltanto 20 anni fa (ma anche un po’ meno) le attività degli OdC erano basati sull’adesione etica al metodo biologico che non sempre caratterizzava il loro operato.

In modo più definito, da una decina di anni a questa parte, gli OdC hanno tutti acquisito una certificazione che garantisce sui requisiti di competenza, capacità e affidabilità del loro operato, i colleghi ispettori sono professionalmente qualificati per tale attività con diverse giornate di addestramento e con esame finale, si fanno miglia di controlli in laboratorio, la gestione delle non conformità è pressoché uniforme da un ispettore ad un altro e da un OdC ad un altro, come ho detto gli OdC ricevono controlli dai diversi livelli delle autorità competenti. Anche la collaborazione tra i diversi OdC è cresciuta molto negli ultimi anni. Anche in seguito ad alcune indagini giudiziarie che hanno evidenziato punti deboli nella catena di controllo. Si sta mettendo in atto un database valido per tutti gli OdC dove si devono registrare tutte le vendite di prodotto biologico e questo consentirà controlli incrociati con accesso sia alle autorità competenti che al personale degli OdC.

Insomma, non temo smentite nel dire che non conosco un settore del mondo dell’agroalimentare che subisce tanti controlli come quello biologico. Forse sto stimando per difetto, ma potrei prendere informazioni più precise a riguardo, ma credo che almeno un mese all’anno nella sede centrale dell’OdC con cui collaboro, è interamente dedicato a fornire informazioni alle varie autorità di vigilanza.

Tra i prodotti alimentari (verdure, frutta, carni etc…) qual è il settore che fatica di più a “diventare” Biologico?

Tra i comparti principali, sicuramente quello delle carni. E questo per due aspetti essenziali. Uno riguarda il fatto che la normativa sulle produzioni di origine animali è stato varata circa 10 anni dopo quella sulle produzioni vegetali e secondariamente perché il settore carni è gestito da pochi interlocutori a livello nazionale e non hanno molto interesse a creare linee parallele di prodotti. Infatti le poche realtà che funziono nel settore carni sono quelle a filiera corta che mettono in contatto l’allevatore con il consumatore saltando in tal modo i grossisti. I prezzi inoltre, sono notevolmente superiori a quelli del convenzionale. Su questo aspetto incide molto l’impossibilità di fare allevamenti senza terra e con un minimo di rapporto tra numero di capi allevati e superficie agricola disponibile. Certo è, che se i consumatori avessero voglia e possibilità di comparare un allevamento intensivo con uno biologico, probabilmente non avrebbero esitazioni.

Anche i prodotti dell’acquacoltura biologica credo facciano un po’ fatica a farsi vedere sul mercato, ma non ho informazioni affidabili a riguardo. E’ sicuramente un comparto giovane e fortemente concentrato in pochi allevamenti ittici di grandi dimensioni.

Qual è il biologico riguardo al pesce?

Va premesso che da sempre la normativa sul biologico non si applica ai prodotti derivanti da caccia e pesca, mentre ha sempre contemplato la raccolta di prodotti spontanei terrestri (dai funghi, alle varia bacche, erbe aromatiche, ecc).

Soltanto da alcuni anni si possono certificare i prodotti dell’acquacoltura così come la coltivazione delle alghe.

Pur avendo specifici requisiti, anche all’acquacoltura si applicano i principi generali dell’allevamento biologico. Separazione fisica tra unità produttive biologiche e non biologiche, areali di allevamento di qualità ecologica elevata (direttiva europea 60 del 2000), riduzione al minimo degli impatti ambientali dell’allevamento, mangimi di origine biologica o provenienti da pesca sostenibile, prevenzione delle malattie con selezione ceppi di allevamento e mediante una corretta alimentazione e gestione dell’allevamento. Consentito l’uso di farmaci allopatici e antibiotici solo in caso di stretta necessità riconosciuta da un veterinario e in questi casi particolare restrizioni anche nei tempi di attesa dopo i trattamenti.

Requisiti specifici sul benessere animale si applicano oltre che alle fasi di allevamento, anche alle fasi di trasporto e macellazione.

Data la sua esperienza trova possibile che possa esistere un campo che coltiva secondo i criteri bio vicino a un campo che produce secondo una coltivazione convenzionale?

Questo, insieme all’altro argomento che riguarda il fatto che il produttore paga l’OdC, rappresentano i due principali pilastri su cui poggia la diffidenza comune.

Iniziamo dal primo. E’ assolutamente possibile praticare l’agricoltura biologica in terreni confinanti con colture convenzionali, ma alla sola condizione che vi sia da parte del produttore biologico una valutazione dei rischi connessi e che metta in atto tutte quelle misure per ridurre al minimo il rischio di contaminazione. E’ ovvio che la dimensione del rischio è correlata a diversi fattori: tipo di coltivazione convenzionale (grano è assolutamente diverso da vite) condizioni ambientali e del suolo (pendenza del terreno, vento), distanza tra i due tipi di coltivazioni, esistenza o possibilità di creare barriere naturali (siepi, canneti, strade interpoderali). Come OdC, quando siamo in presenza di coltivazioni convenzionali in prossimità di quelle biologiche, prevediamo analisi mirate all’accertamento di eventuali inquinamenti da deriva e, quando non ci sono possibilità di ridurre il rischio chiediamo al produttore biologico il declassamento di una  parte del prodotto biologico come convenzionale (la parte più prossima alle coltivazioni convenzionali).

L’altro argomento comune che dice: come è possibile che facciano i controlli visto che è lo stesso produttore che paga l’OdC?

Nel corso delle mie attività,  ricordo sempre ai miei colleghi che il nostro lavoro ha un unico committente: il consumatore. Il nostro lavoro ha l’obiettivo finale di rassicurare il consumatore sull’affidabilità dei prodotti derivanti dalle aziende da noi controllate. Se venissimo meno a questo mandato il settore biologico e anche noi, saremmo destinati all’estinzione.

Se si tiene conto di questo aspetto è evidente come l’altro argomento del chi paga, è un argomento apparentemente logico ma si tratta di un miraggio.

Bisogna tenere conto che, come dicevo all’inizio, ogni produttore che intende commercializzare i prodotti biologici ha l’obbligo di sottoporsi a controllo. Non la facoltà, ma l’obbligo. Ed inoltre  da qualche tempo i costi della certificazione sono coperti da finanziamenti pubblici, il che svincola in modo indiretto il pagamento dagli effetti perversi che potrebbe avere.

Ma a mio avviso, l’argomento cardine rimane il fatto che nessun OdC correrebbe il rischio di vedere svanita l’affidabilità del suo marchi, sul quale poggia la sua esistenza, per assecondare le necessità di un produttore.